Giuseppe Garibaldi

Diego Della Valle, puntualmente arrivato a Ballarò secondo la previsione di Aldo Reggiani, ha ritenuto opportuno, dopo 40 anni di relativo disinteresse su politica e dintorni, peraltro giustamente e con successo dedicati alla cura delle sue imprese, finanze e squadra di calcio, esprimere la sua indignazione sulla armata brancaleone dei “politici” incompetenti e incapaci. Una corretta, doverosa interpretazione dei diritti dei cittadini di protestare. Tacere, subire, sopportare per 40 anni: una grande prova di pazienza. O, piuttosto, una conseguenza della abile efficacia della soffice dittatura PCI/DC, quella silenziosamente e solidamente responsabile del mostruoso debito sovrano che oggi, rotto l’incantesimo del silenzio, deve essere affrontato da Berlusconi, con l’opposizione esplicita dei sindacati ed equivoca della Confindustria Marcegagliana, impietosa e feroce della stampa di servizio.  La stessa dittatura soffice che ha consentito la formazione di solide fortune industriali e finanziarie attraverso protezioni e privilegi regolarmente negoziati in regimebi-partisan, e pagate con il debito sovrano… sviluppo, infrastrutture, profitti, occupazione, madeinitaly, consumi, Italia da bere etc.
Anche se Della Valle dichiara di non essere interessato a ruoli di governo, in pratica, si colloca nel dibattito.
Non è stato il primo, ruolo che nel campo industriale spetta a Montezemolo (socio di Della Valle nel fondoCharme) abituato fin dalla sua prima gioventù a captare e ad utilizzare i più delicati refoli di vento, e non sarà l’ultimo. Oggi ogni ricco industriale di successo, con squadra di calcio propria, è autorizzato a candidarsi per la guida del paese: se c’è riuscito il Berlusca…
Le severe filippiche contro la classe politica incapace e incompetente sono un genere letterario facile: viene subito prima della pornografia. Come sparare sulla Croce Rossa.
Anche Della Valle predica “competitività e solidarietà” per rilanciare la crescita del PIL e quindi il sano rapporto tra PIL e debito sovrano.
Spinto dal moderatore, Della Valle fa i nomi dei “buoni” ministri, si rifiuta di fare i nomi dei “cattivi”, ma lascia capire che Berlusconi non è certamente fra i “buoni”. Messo alle strette dall’ex ministro Bondi che gli chiede come si colloca rispetto alla diatriba fra Marchionne e la Confindustria sull’articolo 8 della “Manovra” (modifiche alle norme per i licenziamenti) si rifugia in una battuta demagogica. Rivendica poi il diritto di criticare senza dover fornire soluzioni o proposte: una famosa conquista del movimento studentesco del 1968, forse giusta, a quel tempo, nella dialettica fra studenti e professori, ma sghemba, oggi, nella dialettica tra un grande imprenditore e  operatore finanziario e Governo. Carino con il garbato accento sardo il giovane sindaco di Cagliari: un bel sorriso e concetti semplici bene espressi. Forse una nuova generazione sta arrivando nel Jurassic Park della nostra politica. Finalmente.
Dipietro viene sorpreso con le mani nel barattolo della marmellata demagogica e farfugliona da Formigoni che peraltro, nel suo elegante completo rigato di flanella nocciola (cappuccino con poca schiuma), non convince come figura di irsuto leader leggendario. Tipo Garibaldi Giuseppe, per dire.
Il moderatore fa poi alcune somme molto personali per dimostrare che il 70% degli italiani vuole mandare via il Governo Berlusconi, quando i “cartelli” dei sondaggi mostrano chiarissima una sostanziale parità tra il blocco PdL/Lega e l’aggregazione PD/IdV/UdC/SEL. Il problema è sapere se le intese fra Bossi e Berlusconi sono più solide delle intese fra Dipietro, Bersani, Bindi, Franceschini,  Vendola, Casini, Rutelli etc.  Dipietro sulle proposte per risolvere la crisi…pasticcia in modo incomprensibile stile Molise. Angeletti (UIL) ribadisce ancora una volta la ricetta per crescere: distribuire la ricchezza e incentivare i consumi. Si chiama more of the same.
La pervicacia con la quale tutti insistono sulla “crescita” come chiave risolvente della crisi finanziaria è preoccupante visto che proprio il modello della “crescita” è quello che ha provocato l’attuale disastro. Attuale per modo di dire visto che è scoppiato da 4 anni e affonda le sue radici negli ultimi 40 anni di “market economy” e negli ultimi 20 di capitalismo da rapina. Che non è il capitalismo decente, normale.
Si possono tentare ipotesi alternative. Se le famiglie italiane invece di spendere di più, come sostiene Angeletti big boss della CISL, che quando lo ha detto il Berlusca l’hanno coperto di guano mediatico, potessero spendere di meno (evitando di comperare un po’ di cianfrusaglie inutili prodotte in Cina, Vietnam, Corea, Taiwan e Indonesia), riducendo il numero di telefonini e telefoninate cada-figlio per insulse/inutili conversazioni con i compagni di banco, e tagliando le molte altre spese di immagine e di competizione sociale spicciola (la signora Zampocchietti si è comprata la macchinetta per fare il pane… tutti i miei compagni di scuola hanno il motorino… i Papottini sono andati in vacanza alle Maldive… Gigino li ha, voglio anch’io i jeans di Diesel…) e se il denaro non speso senza un grosso sacrificio esistenziale venisse convogliato su banche che non avessero come scopo e missione aziendale la sistematica, oculata rapina del risparmiatore e che lo impiegassero per ridurre il debito sovrano dello Stato, la conseguente riduzione della quota di interessi sul debito che oggi grava per ben 84 miliardi di Euro all’anno (cfr Bilancio di previsione dello Stato Italiano per il 2011) potrebbe essere utilmente ridistribuita in speciali titoli per premiare i diligenti capifamiglia. L’abbassamento del tenore di vita sarebbe relativo: l’eliminazione di acquisti inutili e spesso anche dannosi all’ambiente non comporta necessariamente un minore livello della qualità della vita. Certo qualche fabbrica italiana di inutili prodotti da produrre per aumentare il PIL ne soffrirebbe, ma sarebbe una utile darwiniana selettiva evoluzione del profilo complessivo del manifatturiero italiano verso la “sostenibilità”, un campo ancora poco esplorato in Italia con potenziale occupazione e interessante ritorno ambientale ed energetico. Una selezione che “comunque” avverrà in modo duro e catastrofico, se non progettata e governata con forte anticipo.
Se il risparmio della collettività fosse il 5 % della rata annuale di restituzione del debito (210 miliardi) l’onere sarebbe di 175 Euro pro capite all’anno e la riduzione degli interessi sarebbe di 4.2 miliardi Euro all’anno che corrisponderebbe a un “premio” pro capite di 70 Euro all’anno. Ma i 175 Euro pro capite all’anno nel corso degli anni coprirebbero di più del 5% della rata annuale di restituzione del debito e anche una quota superiore della quota di interessi.
Lentamente il debito dello Stato si ridurrebbe e con l’andare degli anni l’onere sulle famiglie si ridurrebbe. La procedura in altre parole trasformerebbe il debito sovrano dello stato in risparmio dei cittadini. Ai quali arriverebbero altri vantaggi economici come l’incremento del potere di acquisto dell’Euro in Italia e la riduzione dei tassi sui mutui e sui finanziamenti.
La difesa ad oltranza del modello “more of the same”, mentre è comprensibile nella cultura obsoleta e consumista di Berlusconi, e della sua (e mia) generazione, è ingiustificabile nel catalogo dialettico dei sindacalisti alla Angeletti e di tutti gli altri moderni e aggiornati politici ed economisti che hanno predicato e continuano imperterriti a predicare la “crescita” e si lamentano delle manovre “recessive”. La “crescita”, causa strutturale del disastro macro-economico, viene invocata come sua soluzione.
Ogni volta che si citano numeri e cifre bisogna stare attenti, e anche i miei numeri sono pericolosi: perché quello che chiamo “risparmio” (taglio degli sprechi?) in realtà è una tassa e quello che chiamo “premio” pro capite è un altro titolo di debito dello Stato. Ma la differenza nel caso specifico è che sia il risparmio che il debito sono soldi veri non soldi finti. Ci si sposterebbe da una circolazione iper-finanziaria a una circolazione economica reale. In fondo il 5% di riduzione  della spesa pro capite come media nazionale non è una cosa fuori dalla fattibilità e può essere graduato per non gravare eccessivamente sui redditi bassi: il 5% per una famiglia di quattro persone che ha un reddito di 18.000 Euro all’anno è infatti impossibile (sarebbe il 3,8% del reddito), ma non è un sacrificio per i redditi al di sopra del 20-30 mila Euro all’anno. Che potrebbero sostenere anche il 6-7% di “taglio delle spese inutili” senza soffrire molto.
Le cifre abbozzate sono grossolane e amatoriali, ma indicano che siamo in una zona di fattibilità finanziaria, economica e sociale. Mi chiedo se i nostri grandi cervelli macroeconomici (Pietro Garibaldi, Tito Boeri, Francesco Giavazzi, Alberto Alesina) non possano pensare al motorino di avviamento per un ciclo virtuoso di questo genere: innescare il risparmio privato per ridurre il debito sovrano dello Stato e premiare in parte i risparmiatori con titoli finanziati dalla riduzione sulla quota di interessi annuali. Vista così la cosa potrebbe sembrare lo sforzo di quello che voleva alzarsi da terra tirando le stringhe delle scarpe, ma nelle magiche equazioni alle differenze e nelle proiezioni ventennali di debiti e interessi e di riduzione di debiti e di interessi possono essere nascoste interessanti vicende. Senza contare il peso enorme che avrebbe una operazione di questo genere in termini di credibilità per i “mercati”.
Il tempo è denaro sia in un senso che nell’altro del suo svolgersi. Oggi l’Italia ha bisogno oltre che di misure urgenti (vendita dell’argenteria) e di tagli anche di strategie di medio lungo termine. Immediate conseguenze si avrebbero sullo spread fra Bund tedeschi e titoli italiani e quindi sul costo del denaro per mutui e finanziamenti. Conseguenze quindi non “recessive” che dovrebbero trovare adeguate strategie di implementazione nel quadro generale di taglio degli sprechi delle micro-economie domestiche.
Un dibattito su queste strategie economiche alternative si trova nella abbondante letteratura sulla “decroissance” dibattito che non sembra essere ancora arrivato ai nostri vertici macroeconomici.
Un altro aspetto interessante dello schema descritto (sobrietà di spesa dei nuclei familiari) è quello delle conseguenze sul valore di scambio dell’Euro in Italia, che oggi presenta strane incongruenze rispetto agli altri paesi dell’Eurozona: gli italiani che hanno viaggiato in Europa questa estate hanno scoperto che i prodotti alimentari e in genere del manifatturiero italiano costano in Europa meno che in Italia  (pasta, riso, olio, vino, formaggi). Sarebbe interessante avere una documentazione precisa delle differenze e conoscerne le ragioni. La moneta Europea è unica, ma a quanto pare il suo potere di acquisto non è eguale in tutti i paesi dell’Eurozona. Una delle tante ambiguità e stranezze dell’Euro monetario senza unità politica. Una incredibile anomalia storica, che non sembra avere ancora trovato la soluzione operativa.
Oggi l’ultimo schiaffo con il declassamento del debito italiano di tre scatti dichiarato da Moody (una agenzia i cui errori riempiono i manuali della recente e passata storia economica e macroeconomica il cui principale azionista è Warren Buffet, un potente finanziere americano). La stampa italiana scatenata nella recriminazione e nel pianto greco. Qualche riflessione sulla ambiguità istituzionale delle agenzie di rating americane sarebbe utile. Per l’Italia ancora guai.
Ci sarebbe proprio bisogno di un “capo” affascinante, competente, serio. Uno che sa cosa si deve fare e lo fa e lo sa far fare ai suoi ministri.  Uno che si faccia rispettare, pacatamente, in sede nazionale e internazionale. Uno con una storia limpida. Mai associato a sanguinari dittatori. Uno fuori dalle beghe di cortile e dai bisticci di ringhiera. Uno con il sapore della leggenda e della attualità.
Credo che anche se Giuseppe Garibaldi, leggendario eroe dei due mondi, titolare di centinaia di corsi, vie, piazze in tutte le citta d’Italia potesse uscire dalla tomba di Caprera e arrivare a Roma sulla sua giumenta bianca di nome Marsala, con il suo mantellone rosso e il suo kepi, a proporre “solidarietà e competitività”, verrebbe travolto dagli improperi, sommerso di guano mediatico, contestato dagli indignati, spernacchiato dai viola, dagli arancioni e dai verdi e alla fine sarebbe costretto, ancora una volta a dire: “Obbedisco!”