Vendere l'argenterie: Why not?

Ci sono due modi di prendere una medicina necessaria, ma amarissima: a piccoli sorsi o tutta d’un colpo. Prendendola a piccoli sorsi il procedimento è lungo e magari, non necessariamente, il disgusto meno acuto. Ingozzando la pozione d’un colpo il disgusto è intenso e breve. Il problema con la procedura lenta è che dopo un po’  non si sopporta più il tormento e si interrompe la cura. Il problema della procedura rapida e intensa è che il disgusto sia troppo violento e induca reazioni emetiche (vomito). Nei due casi la conseguenza è il fallimento della terapia.
Accertata la malattia e avendo una relativa certezza della efficacia della terapia (medicina amarissima) si deve scegliere fra le due procedure.
Fuori dalla metafora per uscire dal ciclo perverso dell’eccesso di debito pubblico accumulato negli ultimi 40 anni, si può scegliere una procedura distribuita su molti anni, oppure una procedura intensa e rapida. Cinghia e austerità feroce per 10 anni oppure vendere l’argenteria e i gioielli di famiglia. Ovvero il pareggio di bilancio senza ricorrere a ulteriore indebitamento per i prossimi 10 anni, oppure pensare seriamente alla dismissione di pezzi del patrimonio nazionale. La vendita dell’argenteria nel caso della Sora Ersilia.
Politicamente una decisione difficile che deve essere adeguatamente sostenuta dalla opinione pubblica ovvero dai diretti interessati.
Dieci anni di austerità, minimo investimento infrastrutturale,  stretta sui servizi sociali, stretta sulle pensioni, sulla sanità, sulla manutenzione del patrimonio edilizio, sulla cultura e sulla ricerca possono voler dire una generale decadenza del Paese, una umiliazione della capacità produttiva e un diffuso intorpidimento sociale. Certamente uno scadimento della qualità della vita. Fuga di cervelli e di capitali, degrado dell’ambiente urbano, miseria delle periferie, aggravamento del divario fra quelli che hanno e quelli che non hanno. Incanaglimento delle tensioni sociali. Consolidamento di comportamenti estremi.
L’alleggerimento del debito sovrano mediante dismissione di patrimonio pubblico diminuirebbe il peso degli interessi sul bilancio annuale e diminuirebbe anche il peso della quota di capitale da restituire. Consentirebbe di mantenere lo standard qualitativo e quantitativo dei servizi sociali (scuola, sanità, sicurezza, previdenza) e consentirebbe una ragionevole politica di investimento infrastrutturale e quindi di tutela dell’ambiente costruito e non costruito. Minore tensione sociale e potenziale sviluppo del Paese.
Per pensare e gestire una politica di austerità decennale non ci vuole molta fantasia, è necessario un rigore politico al limite della durezza che, in Italia, poche maggioranze di governo possono sperare di avere. Meno ancora di poterlo mantenere per dieci anni.
Il pericolo della alternativa, cioè della vendita di assetti patrimoniali per alleggerire il debito, gli interessi e le rate di restituzione del capitale, è invece quello della possibile “ricaduta” nel vizietto di indebitarsi per consentire al Paese uno standard di vita “al di sopra delle sue possibilità”. Cosa che potrebbe succedere una volta dimenticata la fase critica e le paure che questa ha indotto. Accade nelle migliori famiglie.
Un altro pericolo di questa opzione è quello della “svendita” a prezzi di realizzo di assetti patrimoniali di grande valore. Ogni volta che un soggetto economico è costretto a vendere (i gioielli di famiglia) il mercato lo punisce comprando a prezzi stracciati.
Quando si dovessero spostare assetti patrimoniali per il valore di 4 o 500 miliardi di Euro il rischio è quello di innescare forme di arricchimento indebito di qualcuno o di molti degli operatori che intervengono nel processo di alienazione: mediatori, agenzie, compratori in un mercato dominato da oligopoli, gruppi di potere privilegiati, corporazioni finanziarie, banche etc. Tutti soggetti non sempre “al di sopra di ogni sospetto”.
Non ultimo il problema della scelta degli assetti da vendere: ogni articolo individuato come passibile di alienazione provocherebbe immediate reazioni da parte di settori dell’opinione pubblica o di partiti di opposizione. Impossibile pensare a scelte unanimemente condivise: anche in questo caso ci vorrebbe un governo capace di scelte non facili e deciso a sostenerle contro le prevedibili resistenze (No TAV, nucleare, acqua… docent).
Peraltro di opzioni ce ne sarebbero parecchie:

  • le cantine dei nostri musei sono piene di tesori che non vengono mai (o molto raramente esposti) e che potrebbero invece andare (al giusto prezzo) ad arricchire musei in tutto il mondo che li esporrebbero invece di tenerli in cantina;
  • abbiamo territori bellissimi che potrebbero essere acquistati da istituti stranieri per costruire villaggi residenziali per i loro pensionati (un po’ come ha fatto il RESO Svedese a Castiglione della Pescaia negli anni 70);
  • interi paesi abbandonati nell’Appennino, toscano, umbro, laziale, abruzzese e marchigiano potrebbero essere venduti a operatori stranieri per venire restaurati, con severo controllo della qualità ambientale, e abitati da varie utenze sociali;
  • si potrebbe vendere l’intero comprensorio dell’Arsenale di Venezia vincolandolo al restauro e alla rifunzionalizzazione;

Sbloccando le categorie della conformità si potrebbero individuare molte altre opzioni: in Bronzi di Riace, il Davide di Michelangelo, la Pietà Rondanini. Il Museo Egizio di Torino… Ci teniamo delle copie esatte e vendiamo l’originale o viceversa. Tanto turisti che vengono a vedere l’originale o la copia ci sono comunque (cfr Sacra Sindone di Torino), e anche troppi. In fondo i pataccari che nei film di Totò vendevano la Torre di Pisa o il Colosseo ai turisti creduloni erano dei geniali anticipatori.
Chiaramente si tratta una provocazione scandalosa per sollecitare altre idee.
Sono sicuro che Vittorio Sgarbi potrebbe averne di eccellenti. Facendo bene attenzione. Personalmente vedrei con molto favore la vendita di Trenitalia alla SBBCFF con l’impegno di farla funzionare allo standard qualitativo (e di prezzi) delle Ferrovie Svizzere.  Why not? Con l’Alitalia abbiamo perso un’occasione …d’oro.
O queste o altre brillanti idee, oppure cinghia per i prossimi 10 anni e forse molti di più, con le relative tristi, deprimenti conseguenze per le generazioni a venire, alle spalle delle quali abbiano tentato di vivere per gli ultimi 30 o 40 anni. Un vero scippo trans-generazionale. Sul quale seriamente riflettere. Governo, opposizione….e sindacati.
Dopo avere risolto questa crisi, e magari anche prima, sarà comunque necessario impostare la macroeconomia del Paese su una realistica ipotesi post-capitalistica, essendo quella della crescita infinita, iper-finanziaria-derivata chiaramente catastrofica e fallimentare.